domenica 2 ottobre 2011

Giù le mani dalle panchine!

La panchina che sia di legno, di ferro o di marmo, per me, è un rifugio. Uno spazio al di sopra di altri spazi. Il motore immobile che ti permette di percepire il movimento del mondo. La panchina è il luogo del silenzio, della contemplazione e del pensiero.

La scelta della panchina giusta non è semplice. Io, ad esempio, a Villa Torlonia, ho la mia panchina preferita. Quasi all'ingresso, al centro dello spiazzale ai piedi della gradinata. Questo è il mio eremo torloniano, qui ho letto i libri dei miei autori preferiti. E guai a chi osa muovere, anche solo di un centimetro, la mia panchina. Sono dell'avviso che le panchine siano come dei monumenti. Non si toccano. Non si imbrattano. Non si spostano. La panchina è nata per essere adotta, ma è anonima di per sé e non si deve adattare alle esigenze chi vi si siede, semmai il contrario.

Spostare una panchina è un atto di hybris, solo dei tracotanti posso macchiarsi di un peccato di tal fatta. "Sedendo e mirando, interminati spazi, al di là da quella, e sovrumani silenzi"... Leopardi, quando ha scritto l'Infinito, si sarà seduto su una panchina dalla quale era possibile vedere la famosa "siepe". Ora, mettiamo che Leopardi, come spesso accade, non avesse terminato il suo scritto in una sola giornata. Se, il giorno seguente, qualcuno si fosse permesso di spostare la panchina del Leopardi, trattandola come una sedia qualunque sulla spiaggia, e cioè l'avesse sottratta all'ombra per metterla al sole, secondo voi oggi avremmo potuto godere di quel capolavoro della letteratura che è L'Infinito? Secondo me, no. Perché lo sguardo di Leopardi sul mondo sarebbe mutato e la sua idea iniziale di certo sarebbe andata perduta. Neanche il protagonista del romanzo La Morte a Venezia che, tuttavia, sedeva su una sedia sul lido di Venezia, si è mai sognato di cambiare posizione per spiare il suo amato.

Sulle panchine nascono storie, racconti, poesie. Qui si svolge la prima fase del lavoro di uno scrittore: il furto di una vita. Si fanno incontri, amicizie e, a volte, può capitare anche di conoscere persone e apprendere vicende davvero molto interessanti. La panchina è luogo di isolamento e condivisione ma ha delle regole molto rigide che vanno rispettate. Altrimenti il miracolo dell'arte non si compie.

Spostare una panchina in un parco significa mutare gli equilibri di un mondo abitato solitamente da chi vuole sottrarsi al rumore del traffico e al via via delle strade, per dedicarsi alla contemplazione e riappropriarsi del kairos che, per i greci, è diverso dal kronos.
Il Kronos è il tempo misurato secondo la quantità, il kairos invece indica la qualità. E' il tempo giusto ed ha un valore inestimabile. Perché è il tempo in cui si attende che accada qualcosa, che avvenga magari un'epifania. Il kairos è il tempo della meraviglia.

Mi viene in mente la scena del film Miracolo a Milano in cui i due protagonisti si mettono seduti davanti al tramonto e si godono, a bocca aperta, lo spettacolo della natura come se fosse una piece teatrale. Magari sono stati seduti anche per poco, forse mezz'ora, ma quel tempo, in cui hanno provato emozioni forti, intense e hanno ammirato la bellezza, a loro è parso interminabile e lo ricorderanno per sempre. Penso, ancora, alla panchina del romanzo Caos Calmo sulla quale il protagonista ripercorre la sua vita e incontra, guardandole con occhi diversi, le persone che ne fanno parte. Rivedo nella mia mente la panchina di Villa Ada, dove è nata la narrativa dello scrittore Niccolò Ammaniti:"Negli anni del liceo ho passato un mucchio di pomeriggi seduto su una panchina di Villa Ada...Ma a Villa Ada ho conosciuto il Guzzini...Ho passato ore ad ascoltarlo" ( Prefazione di "Aspetta Primavera Bandini" di John Fante). Ma La mia panchina letteraria prediletta rimane quella che, nelle Notti Bianche di Dostoevskij, accoglie il sognatore e la sua adorata Nastenka.

La posizione di una panchina, la sua presenza in un determinato angolo di un parco o di una strada, è del tutto casuale e tale deve rimanere per poter incidere sulla nostra percezione. A Dublino, addirittura, ad una panchina è stato dedicato un monumento, perché su di essa era solito sedersi James Joyce insieme con suo figlio. In quel luogo e in quel preciso momento, per l'autore dell'Ulisse il tempo si cristallizzava. Esistevano solo lui e il suo amato figliolo. Nessuno poteva entrare in quello spazio privato delimitato da una panca qualunque.

Il tempo della panchina è il kairos. E'un tempo che non ha durata ma intensità. Non si misura con l'orologio. Ed è l'unico tempo che ci appartiene davvero. Il kairos è il tempo dilatato dell'anima che necessita di uno spazio fisso, privo di movimento. Perciò, tutti coloro i quali, nei parchi, nelle ville, nei giardini, nei luoghi pubblici, osano spostano arbitrariamente una panchina, sappiano che stanno violando le leggi più profonde del Cosmo.

(Su questo argomento consiglio la lettura di Beppe Sebaste: http://www.beppesebaste.com/articoli/sulle%20panchine.html).