domenica 16 ottobre 2011

Da Woodstock agli anni di Piombo: doppiamente indignati

Sapevo che ci sarebbero stati degli scontri. Massimo Gramellini, dalle colonne della Stampa, aveva invitato tutti ad evitare la violenza. Altri paventavano addirittura una seconda Genova. Non pensavo, però, che si sarebbero avverate le profezie più nefaste. Qualcuno aveva cercato di dissuadermi dal partecipare alla manifestazione, ma io non mi sono certo lasciata intimorire dalle probabili esplosioni di violenza e alle 13 sono partita da Tiburtina per ricongiungermi con le mie amiche a piazza della Repubblica.
I vagoni della metro erano stracolmi di manifestanti. Ragazzi provenienti da tutte le regioni di Italia. Ho viaggiato accanto ad un gruppo di studenti toscani, tra loro c'era una ragazza paffutella, col volto rubizzo, vestita di bianco, che teme la folla a causa della sua claustrofobia. Il resto del gruppo faceva di tutto per aiutarla, durante il tragitto in metro le soffiavano l'aria volto in modo che non avvertisse quella sensazione di oppressione, pericolosissima per i claustrofobici. Le ho sorriso e, quando siamo arrivati a Termini, l'ho fatta passare avanti. Aveva bisogno di respirare. Come immaginavo, però, alla stazione Termini c'era meno aria che nella metro. Un interno popolo di indignati si stava muovendo. Bandiere colorate, urla di gioia, visi dipinti, canzoni stonate e mascheroni raffiguranti i politici. Un flusso di allegria e vitalità stava per affluire nelle strade di Roma. Fuori dalla stazione ciascun gruppo ha preso la sua strada. La ragazza col maglione bianco, finalmente, sorrideva serena sotto il sole caldo di Roma.
Ho alzato il passo, prima che Erica mi richiamasse all'ordine; l'appuntamento era per le 13.30 davanti alla Feltrinelli International. Piazza della Repubblica era puntellata di gazebo. Partiti, movimenti e associazioni. C'era anche un gruppo di disabili pronti a sfilare in corteo. Con lo sguardo cercavo i carri del Teatro Valle-Palazzo, ma non li vedevo. L'unico carro che sono riuscita a scorgere è stato quello del 9 aprile, ovvero il carro dei precari. Ma ho proseguito velocemente alla volta del mio gruppo di indignate.
Eccoci qua, ancora una volta, dopo tre anni dalla laurea, chi è disoccupato in cerca di lavoro, chi un lavoro ce l'ha ma non ha un contratto regolare ed più che precaria, chi studia ancora...Ci aggreghiamo al carro colorato, ai lavoratori dello spettacolo e della conoscenza, ai ragazzi del Valle, uno dei teatri più belli di Roma- il Valle è stato costruito nel 1700, ad esso (e non mi stancherò mai di ripeterlo) è dedicata un'intera via nel cuore della Capitale, ma i signori capitalisti, rozzi ed ignoranti (per non dire altro), volevano trasformarlo in un ristorante- occupato da giugno, del Cinema Palazzo e agli studenti della Sapienza. Sul carro Lady Finanza, una procace dama francese dell'800, e una figura esile mascherata danzano a suo di musica, tutt'intorno volano palloncini colorati e qualcuno srotola un drappo rosso, un drago, proprio come i "Draghi" colorati che si aggiungono al corteo. Siamo già in tanti quando arriviamo a Termini.
Ci muoviamo lentamente e accanto a noi campeggiano striscioni della Fiom. Qualcuno fa volare altri palloncini colorati a forma di gallina e di pesce. Dal carro di levano voci di precari, indignati, lavoratori della cultura arrabbiati, persone che, come noi, vorrebbero essere retribuite per il lavoro che svolgono con la propria mente ma, pare, non ne abbiamo il diritto. In corteo sfilano famiglie intere. Mamme e padri giovanissimi con i loro bambini. Carrozzini. Ragazzini sulle spalle dei genitori che sventolano bandiere rosse. E'tutto così colorato e sereno che mi sembra davvero di trovarmi a Woodstock e invece sono a Roma, in Via Cavour, sotto un sole autunnale che non è mai stato così splendente.
Il ritmo della musica cambia, si balla. Sorridiamo, ci divertiamo, ci nascondiamo sotto il drago rosso e alziamo le braccia. "Come facevo da piccola, quando mia madre piegava le lenzuola", ricorda la mia amica Stefania. E'vero siamo preoccupate, è vero non vediamo un futuro, siamo indignate, seccate, stanche di non avere risposte, prospettive e sicurezze, ma oggi sorridiamo. Non possono privarci anche del sorriso. Dal carro Fulvio, uno degli animatori della protesta del Valle, parla di chi lavora con la mente, di chi è dotato di immaginazione, di chi, come noi, svolge o meglio, vorrebbe svolgere, un lavoro intellettuale.
Molta gente si affaccia alla finestra. Applaude. Espone striscioni. Condivide la manifestazione. Persino delle donne anziane, rinchiuse in una casa di riposo, ci salutano e qualcuno urla:"Scendete giù venite anche voi". Il corteo è all'inizio di in Via Cavour, sto per ritornare sotto il drago rosso quando da una stradina laterale, da un vicolo, vedo avanzare una macchia scura seguita da uno striscione rosso. Stefania aggrotta le sopracciglia. Penso che non dovrei preoccuparmi. Lo striscione è rosso, sono ragazzi come noi, altri manifestanti, provenienti da altre zone di Roma, che vogliono aggregarsi al nostro corteo. Ma sono neri, incappucciati e Stefania spinge me e Luana, un'altra amica, fuori dal cordone principale del corteo. "Via, scappiamo!", grida. Ci mettiamo al riparo in una via laterale.
Loro, i teppisti, li hanno visti bene. "Sono incappucciati, hanno delle cose in mano", mi dicono. Spranghe, mazze. Dal carro i ragazzi del Valle si ribellano. "Via via", urlano agli infiltrati. "Andate via, questa è manifestazione pacifica. Vergogna!".
Non ho capito bene cosa stesse accadendo in quel frangente. Ero occupata a fuggire, ma ho visto di sfuggita la macchia nera che avanzava. Dopo un po'credevo che il pericolo fosse scampato. Che si potesse procedere con la manifestazione. Invece, una volta arrivata all'altezza della metro in Via Cavour, ho capito che era iniziata la guerra. Vetri a terra, macchine incendiate. Un negozio di alimentari saccheggiato. Hanno lanciato di tutto contro la vetrina, bombe molotov credo, bottiglie maleodoranti, pomodori e uova marce. Era tutto distrutto. I proprietari, basiti, stavano immobili davanti ai vetri in frantumi, mentre i flash dei fotografi professionisti e non immortalavano lo scempio.
Stefania ha accesso la radio. "Vediamo cosa succede", ha detto. Radio Popolare trasmette la manifestazione in diretta. Parlando di scontri. Cariche della polizia ai manifestanti. San Giovanni, il punto di arrivo della manifestazione, è stata tramutata in un teatro di guerra, e lo stesso vale per le vie d'accesso alla piazza.
Cominciamo a chiederci cosa fare, se proseguire o meno. Abbiamo perso Erica. Intanto sul carro sale Franky HI Energy, il suo rap travolge tutti. Sulle note di "Quelli che ben pensano" balliamo e cantiamo. Noi ci distraiamo e seguitiamo a manifestare pacificamente, ma nel resto della città la guerra prosegue. "E'guerriglia urbana", sentenzia Stefania. Via Labicana, Via Merulana e Piazza san Giovanni sono in fiamme. Che fare?
Sono stati loro, gli incappucciati, a fare casino. Lanciano pietre, bombe carta, molotov. Si scagliano contro polizia e carabinieri. Ma il nostro corteo, i ragazzi del carro, sono del tutto ignari di quello che sta accadendo. Erica va avanti con gli altri. Noi, a causa degli scontri, decidiamo di fermarci. Arrivano le prime telefonate di parenti allarmati. Ci rifugiamo a Monti. Il quartiere è pieno di polizia. Camionette da ogni lato e agenti presidiano i vicoli stretti intorno al Colosseo. Dalla radio giungono notizie inquietanti. Un blindato dei carabinieri in fiamme, sempre a San Giovanni. Manifestanti pacifici che trovano riparo all'interno della Basilica. Camionette della polizia che investono gli stand. La manifestazione è finita. E noi che, dopo aver ascoltato gli interventi a Piazza San Giovanni, avremmo dovuto proseguire la giornata di festa a san Lorenzo, ce ne stiamo sedute in un Caffè nella piazza della Madonna di Monti ad ascoltare gli inviati di Radio Popolare. Mi sembra di rivedere i video delle manifestazioni degli anni 70'. Comincio a temere che ci scappi il morto. Mio fratello a telefono mi racconta le immagini che vanno in onda su Sky. Gente che ha perso l'uso degli arti. Palazzi in fiamme.
Violenza inaudita, ingiustificata. Violenza fine a sé stessa che ha impedito a noi indignati di manifestare il nostro disagio. Eravamo in 150 mila. Non si era mai vista una partecipazione del genere. Ma cosa si dirà di questa giornata? Di cosa si parlerà? Degli scontri, solo di quelli. Noi tutti, giovani senza futuro, ancora una volta, saremo dimenticati. Nessuno citerà quei disabili che hanno sfilato per le vie di Roma. Nessuno parlerà degli operai della Irisbus, degli studenti universitari e dei ragazzi delle superiori. Grazie agli incappucciati, violenti, che hanno fatto il gioco del Palazzo, la manifestazione è stata delegittimata. Ci hanno tolto uno spazio di confronto democratico, quanto meno più evidente di altri che, comunque, sono stati presi e conquistati con l'occupazione. Quindi non è tutto perduto, credo. Ma il segnale che si doveva dare ieri, un segnale di protesta costruttiva, un'alternativa sociale, quello è andato in fumo con le camionette della Polizia. Non voglio fare il Pasolini della situazione, ma la Polizia, i carabinieri, sono più proletari dei neri-incappucciati. E'gente che ha subito tagli alle auto, alla benzina, che lavora in condizioni pietose, mentre i rappresentati del governo si riempiono la bocca di Politiche per la sicurezza. Ma quali politiche e quale sicurezza se questa gente non ha la benzina da mettere nell'auto per andare ad acciuffare i lestofanti né per andarli ad interrogare o a cogliere sul fatto quando è necessario!
"Erano ragazzini, adolescenti e spaccavano le vetrine con i martelli", racconta in maniera concitata una signora su Via Cavour. Il ritorno a casa è un calvario. Monti era un'isola all'interno della città in fiamme. C'era chi si faceva tagliare i capelli dal barbiere con le camionette dalla polizia alle spalle e chi trangugiava pizza e gnocchi anche se da un tavolo all'altro rimbalzavano notizie sempre più agghiaccianti sugli scontri di piazza.
Quando siamo tornate in Via Cavour, ho avuto la dimensione di quanto era accaduto. La strada era tutta bagnata a causa degli idranti.Il fumo scuro si levava dalle carcasse delle macchine bruciate e imbrattate. Turisti stranieri si facevano fotografare davanti ai relitti. Una cartolina dell'Italia violenta è un ottimo souvenir. Tanto più che nei loro paesi non è accaduto nulla.
Gli incappucciati avevano spaccato le vetrine delle banche, delle gioiellerie e dei negozi. Pensavano di colpire i simboli del capitalismo. Ma, mio avviso, non sono preparati neanche su questo. Le firme e gli slogan usati come rivendicazione la dicono lunga sul loro conto. Stelle a cinque punte (Br), "A" di anarchia, e falci-martello sono apparse su muri e porte infrante. Hanno voluto tirar fuori dagli armadi degli anni di piombo degli spauracchi e disseminarli random sui muri della Capitale. Segno che questa gente non ha un'identità né un colore definito ma si nasconde dietro le effigi di passato, mai davvero passato, per giustificare la propria barbarie.
"No control"-"Sfruttatori". In questo modo si espressi i misteriosi incappucciati. Oserei dire roba da no global, ma sarebbe una nobilitazione del loro pensiero. Inizialmente ho pensato che fossero i soliti fascisti violenti che, di solito, picchiano gli studenti durante le manifestazioni. Poi ho compreso che sono peggiori di quelli di Forza Nuova. Si tratta di cialtroni che si servono di slogan dei quali non conoscono neanche il significato.
A me non sembra una violenza così organizzata come ho sentito dire in giro, quanto meno nelle idee e nelle motivazioni, credo sia sullo stesso piano delle peggiori tifoserie calcistiche. Non amo la dietrologia, ma vorrei capire perché solo la manifestazione italiana sia stata boicottata. Ci pensavo camminando in una via spettrale e maleodorante, Via Cavour. Drappelli di manifestanti con le bandiere ammainate ritornavano mesti verso casa. Su un marciapiede, in lacrime, ho intravisto la ragazza paffuta dal maglione bianco. L'allegro gruppo di toscani aveva il broncio. Chissà, forse, sono rimasti coinvolti in qualche tafferuglio. Questi ragazzi dalle facce pulite e sorridenti volevano rivendicare il diritto allo studio e al futuro e sono stati travolti da un'orda di barbari. La stazione Termini è avvolta in uno scuro drappo di tristezza. Sulla capitale è scesa la notte, nonostante tutto. Il sole è stato inghiottito dal fumo nero e ha lasciato il posto al gelo. Fa freddo.
Una marea umana assiepata lungo le banchine della metro discute di quanto accaduto. C'è chi racconta col terrore sul volto i fatti di Piazza San Giovanni. "I manifestanti pacifici si sono trovati tra la Polizia e i Black Bloc!", asserisce una ragazza bionda che porta uno zainetto sulle spalle. E spiega:"Siamo stati braccati anche noi, non potevamo muoverci, avevamo polizia da tutti i lati. Non c'erano vie di fuga". Ecco chi erano, i Black Bloc, penso. Eppure non ne sono molto convinta. Me li ricordo i Black Bloc a Genova, e quei ragazzini incappucciati non gli somigliavano affatto. Non so. Sapevano come muoversi in città. Conoscevano bene le vie d'accesso e di fuga. Se non erano organizzati sul piano ideologico quanto meno da un punto di vista strategico sono stati astuti, al contrario della Polizia che è apparsa, almeno a quanto ho potuto apprendere dalla radio, abbastanza impreparata e disorganizzata.
Quando arrivo a Tiburtina sono le 20 circa. I negozi stanno chiudendo. Macchine e autobus percorrono la strada illuminata dai neon. Vista da qui Roma è serena. Una serata autunnale come tante. La gente passeggia, qualcuno sale sull'autobus, qualcuno entra in un bar e il sabato sera scivola via. Ma basta accendere la televisione per capire che è solo apparenza. Per strada gli scontri continuano e, al di là della polemiche, a noi non resta che un pesante fardello di tristezza. Oggi vado a San Giovanni, poi scrivo.