martedì 25 ottobre 2011

Bianca Roma

Ieri ho capito- o forse già lo sapevo e ho semplicemente realizzato- perché mi sono innamorata di Roma. Perché è grande. Enorme. Vasta. Ampia. Accogliente. Aperta. Insomma: un ricettacolo di possibilità. Conoscerla tutta, a fondo, è pressoché impossibile. Il suo fascino sta nell'imprevedibilità. Mentre cammini non sai mai cosa potrà spuntare da dietro un albero, una siepe o un muretto di cinta. Scivolando agevolmente sulle ampie strade, ti scopri a strizzare gli occhi per spingere lo sguardo oltre la linea che delimita il tuo campo ottico. L'immagine sulla tua retina è sbiadita, sgranata, ma l'intuito ti spinge ad avvicinarti. Vedi da lontano un mausoleo, una costruzione bianca mastodontica che ricorda il Tash Ma Al. La cupola è identica. Inoltre vi si accede percorrendo una larga gradinata sormontata da due statue enormi. Da lontano non riuscivo a vedere cosa ritraessero, non avevo molto tempo per soffermarmi, stavo andando ad un colloquio di lavoro, ma mi sono ripromessa che al ritorno, avrei inseguito quel miraggio, avrei percorso la strada fino in fondo e sarei salita sulla gradinata avvicinandomi alle due sfingi di marmo e alla strana pagoda all'orizzonte. Ho alzato il passo e ho imboccato, sollevata, Viale Asia. Anche una gita forzata in un altro quartiere, a Roma, può tramutarsi in un viaggio d'istruzione.
Per il colloquio non ci hanno fatto aspettare molto. Eravamo in tre alle 15.30. E io sono stata la prima ad entrare. Un cicisbeo pelato che trasudava aziendalismo e marketing da ogni poro mi ha fatto qualche breve domanda sulle mie "aspettative", fortunatamente non ha indagato oltre con sospetto sul mio cv, anzi mi ha lasciato esporre educatamente le mie ragioni e mi ha fissato un appuntamento per una giornata di formazione in azienda. "Serve a lei per conoscere noi e a noi per conoscere lei", è stata la chiosa marzulliana del damerino dall'accento napoletano. Il lavoro che mi è stato prospettato, per una volta, sembra una cosa seria. Ma preferisco smontare le pellicole che la mia testa di disoccupata cronica ha preso ad girare.
Sono uscita dalla stanza stuccata di rosa assai baldanzosa, ho salutato una fioraia rumena che era in fila con me davanti al portone e sono uscita diretta verso la mia nuova Mecca, la chiesa che avevo intravisto tra gli alberi in cima ad un vialone. Ho percorso la strada a falcate. Sgusciavo rapida tra gli alberi gettando occhiate voluttuose alle vetrine dei negozi. "Quanta bella roba! Ma che prezzi!", pensavo tra me e me, e intanto andavo, decisa e fiera, verso la meta. Quando, finalmente, sono arrivata ai piedi della gradinata, ho alzato lo sguardo e ho visto davanti a me due uomini in marmo altissimi, imponenti, con un libro sotto un braccio, sicuramente meno ospitali del Cristo di Maratea. Erano San Pietro e Paolo, santi patroni di Roma, ai quali è dedicata la Basilica. All'ingresso è incisa la celebre frase con quale Cristo fondò la Chiesa- che nella sua mente doveva essere ben diversa da ciò che poi è diventata- ovvero: "Pietro, tu sei pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa". Mi è venuto in mente il quadro che raffigura l'investitura di San Pietro, ho provato ad interrogare il mio hard disk sull'autore del dipinto, ma l'unica cosa che è riuscito a reperire è stata l'immagine della pagina del libro di arte del liceo in cui si parlava del quadro. Magra consolazione.
Tornando alla costruzione, all'esterno è molto bella, all'interno invece, come tutte le chiese moderne, è abbastanza spoglia. E oltre al solito crocifisso di arte contemporanea e ad una statua della vergine Maria, naturalmente in una navata, con tanto di cassetta per le offerte in bella mostra, c'è anche lui, l'uomo delle stimmate. Padre Brand, San Pio da Pietralcina. Il sacerdote, un giovane corpulento vestito di blu, prima di sparire compiaciuto dietro ad una porta a vetri, ha versato qualche spicciolo nella cassetta ai piedi di Santo Marketing e tutte le candele intorno a lui, magicamente, si sono illuminate. Padre Pio sembrava un albero di Natale. A quel punto ho dato le spalle all'altare e sono uscita.
La chiesa si innalza su un grande altare di marmo bianco, girando un tondo si scopre il convento dei frati, dotato di un bellissimo chiostro bianco che riprende, nell'architettura, il palazzo dei congressi dell'eur e tutte le costruzioni del quartiere edificato in epoca fascista. Inutile dire che il bianco predomina. E rapita dal candore dei marmi colpiti dai raggi tiepidi di un pallido sole autunnale, mi sono seduta ad osservare una parte della capitale a me ignota, avvolta nella luce diafana del crepuscolo. Ho chiuso gli occhi e ho tirato su col naso per annusare l'aria madida di brina. Pensavo di essere sola ma, quando ho riaperto le palpebre, accanto a me ho visto una donna minuta vestita di bianco che mi ha sussurrato i seguenti versi:
"La libertà che abbiamo conosciuto
Evitata- come Sogno-
Troppo lungo per qualsiasi Notte se non per il Cielo-
Ammesso che Quello- davvero- sia la salvezza"...
Emily Dickinson

(Poesia del 1862 contenuta in "Sillabe di Seta")