domenica 18 settembre 2011

Rinascere

Ripartire. Rinascere. Ricominciare. Tutti verbi che indicano un nuovo inizio. Un'azione già compiuta in passato che si ripete. Prendere la valigia e partire. La meta è l'unica certezza che si ha, il resto lo lasciamo fare al fato. Ma è importante lasciarsi alle spalle il passato e preparasi a cambiare di nuovo, ancora una volta, in modo diverso, sperando che adesso vada meglio. Non mi sento una "coraggiosa" né un'eroina dei fumetti, ma solo una ragazza in cerca della felicità, tre anni fa pensavo di trovarla in Basilicata. Credevo che ritornare a casa, nella mia terra, fosse la scelta giusta. Ma adesso mi chiedo se io sia mai tornata davvero. Credo di no. Mi sono solo rifugiata nel passato. Ho fatto un salto indietro. Ho esplorato i luoghi della memoria.
La Basilicata era la mia Arcadia. Pensavo di ritrovare il piccolo mondo antico che avevo lasciato e, per certi versi, così è stato, ma per altri ho toccato con mano una realtà di cui avevo sentito raccontare e alla quale non credevo. "Dopo questa esperienza, sarai incattivita", mi disse il mio amico Paolo a maggio del 2008 davanti ad uno scoppiettante fuoco di ginestre. E, oggi, posso dire che aveva ragione, anche se forse correggerei il tiro: più che "incattivita" direi "agguerrita".
Le mie antenne sono più dritte che mai. Mi sono messa alla prova, ho lottato, ho provato a resistere, ad arginare la mia sconfinata curiosità che mi porta ad essere raminga, solitaria ed inquieta, ma non ci sono riuscita, o meglio, non fino in fondo. Sentivo che non poteva essere Potenza l'ultima stazione del mio viaggio. No, il treno sul quale ero salita aveva ancora molta strada da fare. Il capoluogo della mia regione, e il mio borgo natio, erano stati una tappa da rifare. Un ritorno quasi naturale per poter guardare con disincanto luoghi avvolti in una nebbia di nostalgia per un passato che non ritornerà, perché nelle storie non cambiano solo le vite dei personaggi ma anche gli scenari mutano, si modificano col passare del tempo. Ma in ciò che è stato si può ritrovare con più forza ciò che si è e, soprattutto, ciò che si vuole essere.
In questi tre anni mi sono specchiata nella specchiera di Barbie riposta nella mia soffitta ricolma di giochi, libri del liceo e ritagli di giornale. Ho camminato ancheggiando sui miei vecchi tacchi con una penna in mano e un codice penale in tasca (e ormai in testa). Sono stata dove volevo essere, in tribunale. Ho avuto gli insegnanti e l'insegnamenti che desideravo, non faccio nomi, ma sono i migliori. E mi reputo soddisfatta.
Non vado via con l'amaro in bocca, mi congedo assaporando dolci ricordi. Il mondo di affetti del cubo grigio di cemento, dove certi giorni non passano mai e il cielo terso e limpido ti sembra un miracolo che entra dalla finestra, mi mancherà. A cominciare dal proprietario della copisteria che ogni mattina mi ospitava nel suo parcheggio credendomi un avvocato ( e non ho mai osato contraddirlo) sino alle segretarie e agli impiegati della Procura e all'avvocato Laurita che, appena mi vedeva, mi informava sugli spostamenti dei miei colleghi all'interno del Palazzo.

Non so ancora cosa mi aspetta. Disfo la valigia e dico a me stessa che, di certo, dovrò cambiare di nuovo guardaroba, usare con parsimonia i tacchi, perché ci sarà di nuovo da camminare tanto (per la mia gioia), che finalmente potrò scegliere uno stile più personale, meno formale, che la mia vita sta per cambiare di nuovo e questa volta sono davvero sola ed è giusto che sia così, che devo imboccare una strada che sia una, che sto facendo le prove generali per la felicità, l'unico Messia di cui attendo la venuta, ma tutti quei signori e quelle signore là, avvocati, avvocatesse, praticanti, magistrati, ufficiali di pg, cancellieri, uscieri, imputati, colpevoli e innocenti, i loro parenti, anche quelli ingombranti, incensurati e delinquenti, pentiti ("infami") e sfingi silenti resteranno per sempre impressi nella mia mente. Fanno parte della mia vita, della mia storia e li porterò con me comunque vada, ovunque vada.