giovedì 15 dicembre 2011

Figli unici o quasi

Collaboratori. Lavoratori a progetto. Esterni che supportano il lavoro altrui. Intercambiabili. Flessibili. Mutevoli. Camaleontici. Questi siamo noi: ragazzi destinati a non avere un'identità lavorativa. Non so se è vero che il lavoro nobilita l'uomo, come recitava una vecchia formula, tuttavia penso che in qualche modo determini la sua esistenza. Soprattutto quando lo si svolge con passione. In tal caso, non è più una questione di "fare" ma appartiene alla sfera dell'"essere". E allora sì che la questione si fa seria.
Ritorniamo agli albori della nostra storia, a quando nonne e nonni ci chiedevano con sussiego: mio caro nipote cosa desideri fare da grande? Come immagini il tuo futuro? Un tempo avremmo voluto essere tutti astronauti e ballerine, oggi solo calciatori e veline. Ma comunque tutti aspiravamo ad un'identità ben definita. Voglio essere un medico, un avvocato, un falegname, una maestra. Insomma, voglio essere qualcuno, qualcosa, contribuire con la mia competenza specifica al bene comune. Mi piacerebbe edificar infrastrutture, scuole, formare coscienze e menti nuove, difendere i diritti in un tribunale o, semplicemente, trasformare l'albero in uno sgabello. Snocciolavamo frasi del genere in compiti in classe, interrogazioni e interrogatori di adulti impiccioni. E ora? Possiamo permetterci lo stesso lusso? Sfido chiunque a non cadere vittima di una vera e propria crisi d'identità durante il suo percorso lavorativo.
"La mattina scrivo un saggio di filosofia; il pomeriggio gestisco una libreria (gratis); la sera faccio il cameriere in una tavola calda da sei anni". La giornata tipo di A., un simpatico ragazzo molisano che ho conosciuto qualche tempo fa, è comune a molti. Ho salvato A. nel mio database alla voce "professore di filosofia" anche se, per la sua vis comica, avrebbe potuto calcare il palcoscenico e fare molti più spettatori di un Checco Zalone qualunque.
Il molisano è una molla. Un individuo Eta Beta, che si è adattato alle diverse situazioni come il das, e ha modellato la sua identità lavorativa in base alle necessità del momento (si deve pur mangiare!). Tuttavia A.,sotto la maschera da precario flessibile-versatile-intercambiabile-scomponibile, è rimasto un professore di filosofia, e adesso finalmente ha ottenuto una supplenza. Ma quanto durerà? Boh!E,poi,chissenefrega. L'importante è non doversi più camuffare da ciò che non si è per poter cambiare. A. non deve sottoporsi a mutazioni degli interessi, del carattere e dell'intelligenza. Non deve reprimersi e può finalmente esprimersi liberamente, nella sua scuola, davanti ai suoi alunni. Ad A. almeno per qualche tempo sarà concesso di vivere in uno stato di grazia. Potrà realizzarsi secondo le proprie capacità, tradurre in atto le sue potenzialità. Poi, forse- mi auguro di no- dovrà nuovamente "accontentarsi", camuffarsi, fingere di essere felice, recitare una parte, vestire abiti non suoi. Ma sorriderà lo stesso, falsamente con un animatore turistico davanti ad una cliente fastidiosa, perché ha bisogno di quel lavoro. A., come tanti altri, sarà costretto, ancora una volta, ad emulare il signor Cohn, un apolide, patriota di professione.
Cohn è un ebreo "profugo" di cui narra Hannah Arendt in un suo articolo del 1943, intitolato appunto "Noi Profughi". Cohn, sostiene Arendt, pur di non avere problemi e vivere serenamente nella condizione di eterno apolide, abbraccia di volta in volta la cultura del paese in cui decide di dimorare. Rinnega la sua identità. Soffoca il suo essere ebreo in bandiere diverse.
"Il signor Cohn fu un convinto patriota tedesco, poi divenne un francese e poi ancora...", scriveva la Arendt. A seconda del paese in cui si trovò a risiedere, Cohn cambiò abitudini, lingua e cultura. Non solo si adattò, ma si reinventò completamente cancellando le tracce della precedente nazionalità. Noi precari, giorno dopo giorno, dobbiamo fare la stessa cosa. Adeguare il nostro cv, i nostri titoli, le nostre competenze, e finanche le nostre aspirazioni, al mercato. Tutto ciò per ottenere un lavoro che, secondo la nostra magnifica Carta Costituzionale, ci spetterebbe di diritto. E se, apparentemente, l'equilibrismo del precario sembra che non abbia alcuna influenza sulla psiche dei "sine labor sine die", a lungo andare, invece, potrebbe logorare anche gli animi più forti, così da arrivare ad una selezione naturale. Sopravviverà chi, nonostante tutto, è riuscito a non impazzire, a non farsi travolgere dalle perenni crisi di'identità e a non perdere di vista il proprio obiettivo; chi è rimasto precario sì ma nel proprio settore, chi, nonostante le difficoltà, non ha abbandonato mai del tutto il suo vagone e con tenacia e caparbietà- il che non vuol dire che non abbia attraversato momenti bui, che non sia stato costretto ad accettare dei compromessi con se stesso e le sue reali inclinazioni-, come un vecchio asino lucano, stanco ma ostinato, ha perseverato.
E'dura ma la natura non si può mutare né occultare a lungo. Se si ha una vocazione ad essere, prima o poi, il nostro vero mestiere verrà fuori, come l'ebraismo del signor Cohn, e allora non basteranno i limiti, i paletti, gli argini mentali né i trucchi e gli abiti di scena, che negli anni ci siamo cuciti addosso per necessità, a salvarci da noi stessi. L'essere squarcerà il velo dell'apparenza, la lava incandescente della volontà si riaccenderà sotto le ceneri della tranquillità, dell'abitudine e della maturità, e noi finalmente potremo essere solo ciò che siamo e svolgere il lavoro che abbiamo sempre desiderato.
L'essere non si può fermare. Ad un certo punto esplode rovinosamente ed è difficile arginarlo. Ci dà la carica, la forza di risalire la china, e continuare a lottare nonostante la crisi, i debiti, il precariato e la disoccupazione. Non possiamo spegnere il motore della vita di ognuno: la passione.

Mi è costata così tanto la mia coerenza che oggi la trovo quasi assurda. Quando ero ciò che volevo, e il mio essere corrispondeva quasi del tutto al mio fare, mi sentivo in colpa perché il mio lavoro non era percepito come tale. Che lavoro è se viene svolto da casa, con mezzi propri e senza un'adeguata retribuzione? Si viene riconosciuti come "chi fa questo", come "il professionista tal dei tali", dal mondo circostante, dagli altri, dai colleghi, dai lettori magari, ma per la società si rimane dei collaboratori, ovvero l'ultima ruota del carro maltrattata e sottopagata. E, per i propri genitori, ci si tramuta in una scomoda voce del libro paga: un mangiapane a tradimento, un emerito parassita. Quindi, anche qualora l'essere coincida col fare, di questi tempi, si rischia di vivere male. E tu stesso ti chiedi quando ti verrà riconosciuto lo status di "lavoratore", quando smetterai di lavorare-con una balia-supervisore o o altro e diventerai finalmente un soggetto autonomo.
Un giorno forse queste mie domande troveranno una risposta, un giorno forse potremo pensare al futuro liberamente, potremo addirittura tornare a sognare e a credere che i nostri sogni possano diventare realtà senza eccessivi spargimenti di sangue. Quel giorno, però, credo sia di là da venire.