giovedì 5 aprile 2012

Dizionario precario: le parole che i nostri genitori non possono capire

Il lavoro precario ha modificato il nostro modo di esprimerci e di comunicare. Molte parole sono entrate a far parte del nostro vocabolario. E tante altre, esistenti, risultano obsolete e causano profonde incomprensioni. Il cambiamento del mondo del lavoro ha determinato una rivoluzione copernicana finanche nella comunicazione, aumentando il gap tra le due generazioni che ogni giorno, a tavola, a casa, negli uffici, nel modo, si trovano a confrontarsi. (Eduardo De Filippo questi fantasmi, le parole dei giovani). La generazione dei “garantiti”, quelli che hanno impostato la loro esistenza alla ricerca del posto fisso, si sono resi autonomi perché i loro contratti sono sempre stati a tempo “indeterminato” e qualsiasi sacrificio abbiano fatto era finalizzato al raggiungimento di un unico obiettivo finale, e la generazione degli “sfigati”, coloro i quali vivono in un video gioco dai quadri infiniti, dove non vi è alcuna certezza e inseguendo un unicorno dal nome “stabilità” si viene costantemente sconfitti e si è costretti a ricominciare da capo perdendo i punti guadagnati nelle vite precedenti. I garantiti sono arrivati subito alla fine del gioco. Gli è bastata una sola vita per procacciarsi il bottino. Conoscevano a memoria il percorso, era anche esso predefinito, simile per tutti. Non c’erano scorciatoie né strade tortuose o insormontabili colonne d’ercole, nel video gioco dei garantiti al superamento di una prova corrispondeva una determinata ricompensa, l’eroe del video gioco, un ometto con le spalle larghe e lo sguardo rivolto al futuro colleziona punti e trofei fino a che arriva all’ultimo quadro: contratto a tempo indeterminato. Lo sfigato no. Il precario rischia di rimanere collaboratore a vita e di dover provvedere a sé nei mesi di magra con quello che è riuscito a mettere da parte. Ma vallo a spiegare ad un genitore che il frutto della tua collaborazione mensile non può essere assolutamente definito “stipendio”! Ogni tentativo di instaurare un dialogo con un sordo risulta disastroso. Di questi esempi ce ne potrebbero essere a bizzeffe. Il primo termine che mi è venuto in mente è proprio “lo stipendio” che potrebbe essere sostituito dal termine “paga” ad esempio, sarebbe più corretto e quanto meno genererebbe minori incomprensioni e non ci si troverebbe ad essere accusati ingiustamente di lesinare solo perché proviamo a farci bastare quanto ottenuto in attesa di un altro lavoro e soprattutto in assenza di un’indennità di disoccupazione. Dunque ora chiedo a voi, a chi segue questo blog, qualora io abbia dei seguaci, di raccontarmi la propria storia di precario incompreso.