domenica 18 marzo 2012

Stanze piene di scatole, scatole piene di passioni

Ogni qualvolta terminiamo un lavoro. Ogni qualvolta ci scade un contratto, che sia di collaborazione o a progetto, la domanda che ci viene posta da tutti è:"E ora?". Purtroppo noi esseri umani a tempo determinato non abbiamo mai una risposta a tale quesito. Possiamo arrampicarci sugli specchi Ikea delle nostre camere mentali, inventare soluzioni da verificare, collaudare, testare, mostrarci ottimisti e fiduciosi nel futuro, ma in fondo ci sentiamo smarriti. E il solo pensiero di aggiornare il curriculum è per noi fonte di angoscia. Anche perché un'altra domanda sorge spontanea: e ora l'ennesima "esperienza lavorativa" in quale curriculum andrà inserita? In quello reale, in quello con una laurea in meno, in quell'altro in cui ho solo il diploma o in quello in cui dichiaro di non aver mai letto un libro in vita mia? Mah, dilemma amletiano. E ora? E poi? Il tuo sapere, le tue passioni? Quale via scegliere? Quale dei mille cose che si è disposti a fare, pur di lavorare, devo mettere in evidenza? Quale strada è più giusto percorrere? Quale dei mille libri che ho acquistato leggerò senza sentirmi fuori luogo, fuori tempo, perdigiorno, scansafatiche, intellettuale senza arte né parte, saccente e inconcludente, secchiona fallita? La mia casa ormai è piena di stanze. La mia mente è una villa ottocentesca in decadenza, un'abitazione crepuscolare. Ogni stanza è stata riempita a dovere, nei tempi giusti, con l'arredamento adeguato a seconda dell'epoca e delle circostanze, i mobili tracimano di parole, pensieri, scritti in lingue diverse: italiano, spagnolo e qualche testo in tedesco, non mancano lingue morte e dialetti; le pareti sono ricoperte di quadri, da Klimt a Tamara de Lempicka, e gli scaffali più alti delle librerie custodiscono collezioni di film, spettacoli teatrali e riviste letterarie...E ora? E poi? E ancora? Che fare? Quale delle figure che siamo capaci di incarnare è spendibile sul mercato? Quale delle maschere che abbiamo imparato a costruirci col tempo va indossata adesso per resistere all'urto delle crisi che fagocita passioni, speranze, idee e voglia di rimettersi sempre e comunque in gioco?
Non lo so. Mi aggiro in tuta e scarpe da ginnastica tra le stanze della mia villa in decadenza e cerco tra gli scatoloni i pezzi con i quali costruire una nuova me stessa sperando che la prossima versione, l'ennesima collocazione sia definitiva e meno provvisoria delle precedenti.