Tempo di elezioni e di promesse elettorali. In Basilicata, per alcuni, la posta in gioco è sempre la stessa: il lavoro che non c'èUn genitore lucano che, in piena campagna elettorale, vede il figlio disoccupato uscire di casa molte volte al giorno, pensa che potrebbe avere faccende da sbrigare, che forse ha dei problemi di cui non può parlare ai genitori, o che magari, non so, invia cv o domande di partecipazione a selezioni di vario genere via posta? No, il genitore lucano medio, compiaciuto, domanda:"Ma... Quindi... Hai trovato qualcuno che ti dà un po'di lavoro?". Traduzione per gli ingenui:"Quindi ti sei messo appresso ad uno dei candidati? Fai lo schiavo perché ti ha promesso un posto di lavoro?". Se la risposta fosse"Sì", il genitore si complimenterebbe col figlio, sfigato, escluso dal mercato del lavoro, poiché finalmente ha capito che senza santi in paradiso non si va da nessuna parte e che se VUOLE DAVVERO UN LAVORO deve rivolgersi ai POLITICI. Divinità macilente, capaci di ingurgitare quintalate di pane e salsicce, e di creare posti di lavoro dal nulla, senza bisogno di creta o fango, con l'ausilio di una semplice macchina fotocopiatrice piazzata in un corridoio del palazzo regionale. Ci sarà pur bisogno dell'ennesimo "addetto alle fotocopie" o no? Altrimenti ricorriamo al concorso pilotato, sempre che il fanciullo da piazzare sia laureato. Et voilà, il voto per le regionali è assicurato. Ora, i lettori di questo blog tenderanno a parteggiare per il figlio e se la prenderanno col genitore disperato. Ma chi è il vero colpevole in questa tenzone? L'assassino non compare. E' assente benché venga più volte nominato. Ovvero, Il POLITICO, sedicente deus ex machina e gallina dalle uova d'oro che, da sessant'anni, si procaccia preferenze in tal modo. Mi dicono fonti autorevoli che, nella campagna elettorale in corso, sono stati già avvistati molti di questi maghi Merlino, gente abituata ad ampliare il bacino di voti e procacciarsi nuovi elettori promettendo lavoro, contratti e chissà cosa. A costoro faccio un appello: SMETTETELA! Noi elettori non siamo stupidi! Noi elettori siamo stufi di essere presi in giro e soprattutto abbiamo una dignità. Il lavoro è un diritto, non un favore. Il lavoro non si riceve in dono, ma si ottiene, si merita. Il lavoro è una necessità e non si specula su di esso. Rientriamo in casa e vediamo come si è conclusa la discussione tra figlio disoccupato e genitore disperato. "Papà veramente io il lavoro me lo trovo da solo!" "Ah. E come?" "Sto facendo dei colloqui in un'azienda e ci sono buone probabilità di assunzione". Il genitore disperato sgrana gli occhi sbigottito mentre il figlio disoccupato fa spallucce e infila nuovamente la porta. La politica non c'entra. E ci auguriamo che smetta di c'entrare in tutto quanto accade nella nostra regione.
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venerdì 1 novembre 2013
#regionalibas: Il donatore di lavoro
martedì 11 settembre 2012
La tovaglia dell'Iperfutura
Mi chiamo Roberta ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese.
Mi chiamo Vittoria, di anni ne ho 30 e, da qualche mese, non guadagno nulla.
La prima affermazione non è una mia simpatica invenzione, bensì il titolo di un saggio-inchiesta sul precariato di Aldo Nove. La seconda è il mio "status upgrade".
Le storie contenute nel testo di Nove mi avevano traumatizzata. E non facevo che ripetere a me stessa: no per me non sarà così, io ce la farò, io ci riuscirò. Ma a 30 anni, disperata e disoccupata, mi sono ritrovata a varcare nuovamente la soglia dell'università, con attacchi di panico e incubi ricorrenti, per capire quanti punti delle merendine manchino nel mio piano di studi per accedere all'insegnamento. Pensavo che l'epoca della raccolta punti fosse finita. Invece sembra che sia difficile liberarsene. E soprattutto, adesso mi accorgo che, anche per me, è impossibile non terrorizzare le nuove generazioni. Senza ricorrere a Roberta. La mia storia è sufficiente a mettere in guardia qualunque sognatore incallito o quasi.
Mentre mi dirigevo verso la segreteria studenti in un ateneo che non è il mio, che non ho scelto io, e anche se piccolo, non padroneggio bene, avvezza come sono ai luoghi enormi, mi sono imbattuta in una mia vecchia conoscenza. Una ragazza che ho visto crescere. La mia amica era disorientata, si guardava intorno quasi terrorizzata perché faticava a capire da quale meandro della Micronesia fosse stata inghiottita una sua coetanea nel disperato tentativo di iscriversi all'università. L'iscrizione risulta assai faticosa, mi hanno spiegato, soprattutto perché nessuno è in grado di fornire informazioni chiare, in Micronesia, o perlomeno, ci sono molti impiegati nati stanchi che si divertono a complicare l'esistenza delle matricole. E anche la mia. Malcapitati unitevi.
Io e C. ci siamo incamminate verso la segreteria, luogo da me indicato come probabile nascondiglio della desaparecida oltreché la mia meta, e lungo la strada la fanciulla, che pensava di essere stata fortunata ad incontrarmi, mi ha illustrato i suoi progetti per il futuro. Sapevo già che ha intenzione di trascorrere un anno all'estero prima di iscriversi ad un esamificio qualunque. Per questo l'ammiro molto. Ma ignoravo del tutto la sua facoltà preferita così come lei era all'oscuro del funzionamento dell'università. "Come funziona quindi?", mi ha chiesto ingenuamente. "Come se dovessi prendere una tovaglia omaggio all'Iperfutura. Quando hai raggiunto 180 punti, la laurea è tua. Ad ogni esame corrispondono dei punti, se superi l'esame sono tuoi, fino a che non arrivi a totatilizzarne 180, considerando anche la tesi e il tirocinio. Questo per la triennale. Per la tovaglia specialistica poi sono sufficienti 120 punti".
C. ha sgranato gli occhioni neri sottolineati di verde e ha esclamato: "Ma davvero?". "Sì". Lei vorrebbe studiare antropologia culturale, mi ha detto. "Disoccupazione assicurata", ho commentato, caustica. Ma non si possono stroncare i sogni degli altri, anche C. ha diritto di sperare( come è accaduto a me dinanzi alle verità messe nero su bianco da Aldo Nove) che per lei non sarà così, che ce la farà, tanto più che LEI appartiene ad un'altra generazione ed è disposta a spostarsi e ad apprendere al meglio una lingua straniera. Meglio aggiustare il tiro quindi.
"E'giusto che tu faccia quello che ti piace, che ti interessa, perché lo studio è comunque sacrificante e i sacrifici li fai solo per ciò in cui credi. E poi hai l'opportunità di imparare bene le lingue e di viaggiare, sfruttala al meglio!". Soprattutto per non tornare in Micronesia o nell'Italia disorganizzata dove capita ancora che le segreterie studenti chiudano le porte perché qualcuno si adira, e ti forniscano i numeri degli uffici sbagliati.
La ragazza però ha le idee chiare. Prima di entrare nel mondo del lavoro, ha già compreso ciò che noi trentenni abbiamo scoperto solo all'ottavo stage. "Tanto qualsiasi cosa fai, oggi il lavoro te lo devi inventare". Giusto. Perciò meglio seguire i propri interessi e provare a costurire da sè la propria felicità. In bocca a lupo C.
Lei si allontana ancora un po'frastornata e confusa, e io mi domando quanto mi costerà la nuova raccolta punti e se questa tovaglia dell'Iperfutura verrà riposta come le altre nel cassetto vitae (e nascosta all'occorezza nell'armadietto dei titoli occulti in presenza di un Himler HR che epura i "troppo qualificati") oppure se servirà a qualcosa, se in questo paese lo studio tornerà ad esssere apprezzato e remunerato degnamente. Ho i miei dubbi. This is the question.
domenica 9 settembre 2012
Il programma della giornata
Non avevo mai avuto bisogno di scrivere le cose da fare durante la giornata, sì insomma di programmare in qualche modo il mio tempo. Mi veniva abbastanza naturale. Ora, invece, è diventato quasi necessario prendere carta e penna e annotare il da farsi, altrimenti mi disperdo in attività inutili. Campionessa in arrampicata sugli specchi, scalata di monti impossibili che crollano al mio passaggio, e archiettetto di labirinti dai quali neanche io so uscire. Eccomi. Presente. Potrei inserire queste nuove qualifiche nel mio cv, chissà che a qualcuno non interessino. No, è meglio di no, va a finire che anche questa volta risulto essere troppo qualificata per il lavoro che non c'è e il generoso donatore di lavoro non mi concede neanche un misero colloquio. Tornando a noi, ho sempre preso in giro le compilatrici di liste. Le persone così ordinate, o meglio diligenti, da pretendere di mettere ordine persino nelle loro esistenze. Non che le mie varie vite, dico quelle precedenti a questa, siano state particolarmente incasinate, sì in una in particolare facevo molte cose, ma riuscivo a conciliare tutto (casa, lavoro, studio e scrittura). Poi, come spesso accade, sono cambiate un po'di cose e caos fu. Adesso ho deciso di dare una svolta. Forse perché siamo a settembre. L'estate è finita. Ed è arrivato il tempo di tornare alla vita normale. Così, adesso, faccio un po'come Rory Gilmour, la protagonista del mio telefilm preferito (Una mamma per amica). Annoto su un foglio tutti i miei impegni e li depenno in corso d'opera.
Mi sono rimpromessa in ogni caso di non scadere nella programmazione della giornata da Villaggio turistico. Che fa molto Rain Man. In collegio mi dava noia il menù fisso della settimana, il pesce del venerdì e la pizza e le uova del mercoledì sera, figuriamoci se di colpo mi ritrovassi ad essere completamente padrona del mio tempo e della mia giornata, scandita in precedenza da me, e dovessi rispettare pedissequamente quanto annotato su un foglio la sera precedente. Lo posso tollerare per la scrittura, per lo studio, e magari per altre attività, ma per il resto è alienante.
Non voglio diventare come una mia stramba coinquilina che ogni sera stilava il programma del giorno dopo e, se non rispettava gli orari imposti alla sua parte bambina dalla sua Signorina Rottermeier interna, si fustigava. Ancora ricordo la sua "lista". Mattina: ore 7:00: mi alzo. Ore 7:30: Faccio colazione (senza lavare la tazza che quella lascio nel pozzetto e se la vedono quelle sfigate della mie coinquiline studentesse, questo non c'era, ma evidentemente lo pensava). Ore 8:00: esco. E così via. Aveva programmato persino la pausa pranzo: ore 13: pranzo. Ore 13.20: leggo il giornale...TERRIBILE! Lei pensava di essere razionale, organizzata e ordinata. Eppure faceva acqua da tutte le parti. Il programma del campo di concetramento teutonico ad esempio non comprendeva la corvè. Alle pulizie la donna perfetta si sarebbe dedicata quando capitava, cioè quando la sua scrivania sarebbe stata sommersa dalle stoviglie sporche e uno stuolo di parassiti nato, cresciuto e pasciuto nel suo antro puzzolente, era sul punto di divorarla.
La strada verso la santità è lunga e faticosa. E non fa per me. Un po'di ordine nella vita, però, non guasta. Perlomeno se vuoi ritornare a combinare qualcosa e non puoi sperare che sia un impiego a scandire il tuo tempo. Anche in questo caso vige il fai da te. E allora, che lista sia. Con moderazione.
sabato 7 luglio 2012
Finché c'è passione c'è speranza
La crisi ormai è il nostro argomento preferito. La parola "crisi" viene pronunciata, scritta e letta milioni di volte al giorno, tanto che abbiamo preso a considerarla familiare. Non trascorriamo un giorno senza di lei. E per molti è divenuta un alibi per giustificare la propria disoccupazione. Prima era tutta colpa di Silvio Berlusconi, adesso è tutta colpa della crisi. Ma, mi domando, il termine "crisi" ha solo un significato negativo o può avere dei risvolti positivi? Il lemma deriva dal verbo greco "Krino"che, letteralmente, significa "discernere, scegliere, deliberare". La mia prof di greco, la mitica Grazia Oppido, mi ha insegnato che dallo stesso verbo deriva il termine dialettale "cernecchio" che sta ad indicare l'arnese per "cernere" "dividere" la farina dalla crusca; dividere cioè ciò che è buono, commestibile, utilizzabile, da ciò che non lo è. Quindi la frattura, la rottura, la crepa, la messa in discussione del mondo in cui viviamo, il crollo delle nostre certezze granitiche, di certe istituzioni, non è affatto deprecabile. Anzi, è utile a distinguere il bene dal male, a farci comprendere cosa va eliminato e cosa invece può essere mantenuto, quali sono stati gli errori commessi e come si può ripartire, quali ingredienti deve contenere il mondo che abbiamo l'opportunità di creare ex novo.
E'inutile piangere sul latte versato. Inutile puntare il dito. Inutile persino emettere sentenze di condanna. Inutile ancora far notare che abbiamo studiato, faticato e sgobbato sognando di realizzarci in un mondo che non c'è più. La crisi ci spinge a discernere: a reagire. Qualcuno leggendo penserà:"Sì, belle parole...Reagire? Ma come?". REINVENTANDOSI. Ripartendo dalle proprie passioni. Ciascuno di noi ne ha almeno una. E allora perché non capitalizzarla, non sfruttarla. Magari se le cose fossero andate come avevamo previsto, se avessimo seguito il percorso prestabilito, che sarebbe stato ancora in auge se il sistema capitalista non fosse crollato, se la scure della "crisi" non si fosse abbattuta sui nostri nidi, non ci avremmo mai pensato. E quel nostro talento, quella nostra particolare attitudine, sarebbe rimasta nel cassetto degli hobby e l'avremmo tirata fuori solo nel tempo libro e solo per riempire un vuoto. Raschiamo il fondo del barile e vediamo un po'cosa riusciamo a tirare fuori dai nostri cilindri. In fondo l'hanno già fatto i nostri nonni nel dopoguerra. Se non si fossero ingegnati in qualche modo a quest'ora ci saremmo estinti.
Le lauree non servono a nulla se le teniamo appese al muro o stampate su un cv. Accendiamo le menti. Il lavoro che avremmo voluto svolgere o non c'è, o è precario o poco remunerato. Bene, che faccio? Come vivo? Piango? Voglio vivere in un posto ma non posso. Chi l'ha detto? Perché mai dovrei subire le decisioni di un SISTEMA? Ho diritto o no ad autodeterminarmi? Se i diritti mi vengono negati, io me li riprendo con gli interessi. Alcuni ragazzi e ragazze italiane lo hanno già fatto. Piuttosto che perdere tempo e intestardirsi a volere essere l'eccezione che confermare la regola, si sono inventati un lavoro mettendo a frutto una passione. Le loro storie si possono leggere sull'ultimo numero del magazine Walk on Job. Si tratta di trentenni, laureati, alcuni ricercatori, praticanti avvocato, che hanno deciso di fare gli artigiani. Si sono messi in proprio e adesso lavorano e, soprattutto, sono soddisfatti. Si vis, potes!
Biblioterapia
A tutti i "disillusi", i net( non studio, non lavoro, non guardo la tv...), consiglio di leggere "Cosa tiene accese le stelle", di Mario Clabresi, giornalista, direttore de La Stampa di Torino. Il libro, edito da Mondadori nella collana Strade Blu, già disponibile in versione economica (12 euro), mi è capitato per le mani in libreria in un momento di disperazione. Ho preso subito a sfogliarlo incuriosita, e ho divorato le pagine che contengono i dialoghi di Calabresi con Gramellini, Mario Deaglio(quest'ultimo, economista di chiara fama, purtroppo è il marito della Fornero) e Giuseppe De Rita. Menti illuminate attente a registrare giorno per giorno i cambiamenti e le storture del nostro paese. Leggendo mi sono convinta che le passioni non sono un danno, ma un dono. Perché chi coltiva caparbiamente un interesse può avere una battuta d'arresto, ma poi basta una scintilla che il motore riparte, ricomincia a carburare. Il guaio è degli apatici, dei tiepidi, di chi si ostina a dipingere orizzonti oscuri e irti di nubi: non sanno cosa significa sentirsi vivi perché il fuoco sacro di una maledetta passionaccia non ha mai incendiato i loro animi né fatto brillare i loro occhi spenti.
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giovedì 31 maggio 2012
Le notti bianche
A volte mi chiedo se valga davvero la pena essere giovani quando non si può vivere la giovinezza appieno. Voglio dire, i tempi sono quelli che sono e crearsi una stabilità economica, trovare lavoro e riuscire a tenersi stretto il lavoro che si ha, è sempre più complicato. In fondo non viviamo mai come vorremmo al 100%. E'una guerra. E spesso le condizioni di vita precaria si ripercuotono sulla nostra psiche che cercano invano una compensazione. Ogni giorno quando mi sveglio e comincio una nuova giornata mi pongo sempre lo stesso interrogativo: ci sarà una via d'uscita? Ogni labirinto, anche quello più intricato, ha un'uscita. "Arriverà-passerà-deve uscire la strada" mi ripete mia nonna con il suo fatalismo. E intanto siamo quasi a giugno e la legna arde ancora nel camino. Non credo più ai miracoli di nessuno. Possiamo anche dire che non credo proprio più a nessuno. Ma non voglio che questo stato di cose rovini quel poco di buono che ho costruito. Dunque direi che sarebbe opportuno trovare il bandolo della matassa, reperire una soluzione che dia di nuovo colore alle mie giornate e non mi faccia sentire un'inutile intellettualoide venditrice di parole. Forse è vero aveva ragione il mio professore di italiano quando diceva che se fosse tornato indietro non avrebbe studiato, avrebbe fatto il gitano. Gli avessi dato ascolto. Il suo nove in pagella me lo sono sudato, a pensarci adesso mi sento davvero stupida. Rivedo la ragazzina che leggeva i romanzi sotto al banco mentre lui spiegava, avida di conoscenza e recalcitrante ai suoi metodi severi. Dante, Petrarca e San Francesco da mandare a memoria. Ci assegnava tesine, parafrasi e ogni sorta di esercizio pur di impartirci la lezione dei classici. Io di notte facevo l'amanuense. Aspettavo che mio fratello si addormentasse e si girasse dall'altro lato, e accendevo la mia lampada da studio per iniziare la trascrizione. Quanto ho studiato al liceo. Ma ero felice di andare a scuola. Mi piacevano la mia scuola, il mio corso, i miei professori e i miei compagni. E, spesso, rimpiango i tempi del liceo e di zio Lello quando tutti erano convinti che studiare aveva un senso. Quando mi disperavo perché sui miei compiti di storia e filosofia non c'era neanche un segno rosso, neanche un errore. Quando sognavo la Roma di Pierpaolo Pasolini e il Corriere di Montanelli. Chissà dov'è la ventenne che si esaltava con la Critica della Ragion Pura e provava a capire testi scritti in tedesco. Ogni tanto il mio fantasma di materializza. Me lo vedo accanto durante i colloqui di lavoro, nelle agenzie interinali. Guarda i vari addetti, consulenti, reclutatori, responsabili delle risorse umane che brandisco curricula come materiale pubblicitario, cerchiano il voto di laurea, storcono il naso scorrendo le esperienze lavorative e contriti asseriscono che ormai le specializzazioni non servono quasi più a nulla. Che la nostra preparazione è più un ostacolo, un problema che un vantaggio. La ragazzina si copre le orecchie con le mani, va a rifugiarsi in un angolo, tira fuori dalla borsa un tomone di Dostoevskij e prende a leggere tremante. Invoca i nomi dei suoi insegnanti. Dei suoi numi tutelari, intellettuali. Prova a tendermi una mano, mi fa cenno di non credere a quanto dicono. Fruga nella sua borsa, ricolma di libri, e come un coniglio da dentro un cilindro, tira fuori "Le notti bianche". Vorrebbe spronarmi a non cedere, consolarmi. Ma mi invita a ricordare il manifesto del disincanto: non è più tempo per i sognatori. "Forse un raggio di sole, spuntato improvvisamente da dietro le nubi, si era nascosto per un momento sotto una nuvola gonfia di pioggia e tutto si era offuscato ai miei occhi? O forse era balenata dinanzi a me, triste e desolata, la prospettiva del mio avvenire? Fatto si è che io mi vidi come sono adesso, esattamente quindici anni dopo, invecchiato nella medesima stanza, sempre nella medesima solitudine, con quella stessa Matrëna che in tutti quegli anni non è certo diventata più intelligente..."(Da Le notti bianche). Eppure sono sicura che da qualche parte è nascosta la ricetta della rinascita. Il rituale di affiliazione al clan del Sole deve esserci. Lo scoveremo, caro il mio fantasma, così che tu possa smettere di nasconderti ed uscire finalmente allo scoperto.
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mercoledì 9 maggio 2012
La vera rivoluzione è il fai da te
Non ho mai creduto nelle agenzie di lavoro interinale. Già il fatto che guadagnino sul tuo lavoro e si prendano una percentuale per avertene trovato uno mi irrita. Come se gli stipendi, ops pardon “la paga”, magari a cottimo, fosse alta. L’ennesimo latrocinio. Oltre ai padroni del mondo, agli oligarchi, ai tiranni delle vite altrui, bisogna tollerare altri truffatori che si ammantano di santità e si mascherano da benefattori. Ho sempre pensato di poterne farne a meno, ma a quanto pare la mia era una pretesa bella e buona. Se cerchi lavoro prima o poi ti imbatti in loro, specie dove il mercato del lavoro è molto limitato, le offerte sono poche e gli squali sono pronti a sbranarti. In Basilicata se ti rifiuti di metterti in fila davanti alla porta del sindaco o del vicesindaco con le mani in pasta, se non vuoi abbassare la testa dinanzi ai feudatari di centrosinistra grotteschi sultani di questa terra, se decidi di non barattare la tua dignità di uomo libero con un voto, prima o poi finisci alla Man power. Sembra sia la prassi. E ti tocca rispondere ad asettici quesiti posti da un operatore che non vede l’ora di infilarti in un data base, catalogarti e tramutarti in un oggetto di guadagno. E’uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. C’è sempre un qualcuno sopra di noi che, come direbbe Troisi, “ci mang da ‘ncopp”. Siamo numeri, qualifiche, titoli di studio, brevi esperienze lavorative da riassumere in poche frasi. Record. File. Semplici flatus vocis che possano accontentare le richieste di una macchina, strumento attraverso il quale verremmo reclutati, contrattualizzati per un breve periodo e poi buttati nel cestino con il nostro strabiliante curriculum. E mi domando: a cosa serve? E’questo il modo di valorizzare i talenti di chi ti sta di fronte? E’questo il modo di inserire i giovani nel mondo del lavoro? Ho capito che c’è la crisi e abbiamo fame, ma fateci lavorare e fateci lavorare bene. Permetterci di esprimerci al meglio. E’vietato anche questo nella Repubblica fondata sul lavoro? Non ci è consentito neanche di spiegare quali sono le nostre reali aspirazioni, le nostre frustrazioni e i nostri bisogni primari? E’un lusso avere dei sogni e volerli realizzare lavorando? Beh, allora ditelo subito, non ci fate tribolare e noi troveremo un modo per porre rimedio.
La fila davanti ad un qualsivoglia ufficio di generosi elargitori di beni primari è sempre un’esperienza formativa. Soprattutto perché è raro imbattersi in una storia positiva. Alle 10 del mattino, ieri, sulle scale della Manpower eravamo in tre. Io, una giovane fanciulla indigena e una donna che aveva tutta l’aria di provenire dall’est. Ormai ho sviluppato un certo sesto senso. Riesco a riconoscere la tipologia di lavoratore dall’abbigliamento e dal comportamento. La signora era conciata in maniera bizzarra, un po’troppo estiva, sandali beige sotto un paio di jeans attillati acquistati sulle bancarelle dei cinesi, giubbetto di jeans della stessa fattura e provenienza dei pantaloni, borsa invernale dai colori scuri. Piedi e mani erano in ordine, laccati e curati, mentre una chioma crespa nero corvino ricadeva sulle spalle leggermente curve. Non c’era bisogno che parlasse per capire da dove veniva e che genere di impiego cercava. La donna finora aveva lavorato come badante ed era la prima volta che visitava la sede di un’agenzia di lavoro interinale. Pertanto non aveva idea di come funzionasse e l’operatore, un omino in maglioncino chiaro e jeans scuri dall’accento toscano, l’ha invitata a ritornare, dopo averle consegnato una fotocopia sulla quale c’era scritto cosa dovesse fare prima di recarsi in filiale. Ovvero caricare il proprio curriculum online, sperando che il portale decidesse di accettarlo, e poi tornare a fare visita ai cercatori di pepite d’oro, per verificare se la procedura fosse andata a buon fine. In bocca a lupo.
Ascoltavo con attenzione le raccomandazioni dell’omino operatore mentre la ragazza indigena che stringeva tra le mani la busta di una griffe da centro commerciale (“Artigli”, il genere di abiti che mia nonna chiamerebbe “sciupp”: insomma robetta usa e getta) mi osservava. Avevo capito che lei non era una che se ne stava con le mani in mano. Abbigliamento sportivo, scarpette firmate, borsetta in tinta ben abbinata, la fanciulla non doveva aver perso il lavoro da poco. Era in cerca di un nuovo impiego, magari migliore di quello precedente. Ma la sua storia l’avrei appresa di lì a poco, quando l’omino ci ha gentilmente spedito nella sala di attesa dell’agenzia, la tromba delle scale.
L’ufficio non è affatto accogliente e gli operatori ci tengono alla privacy dei futuri lavoratori. Quando sono arrivata, insieme con le mie compagne di sventura, all’interno c’erano già quattro persone, una coppia, presumo di fidanzati, che chiacchierava col burocrate toscano, e due ragazzi molto giovani, muniti di curriculum che attendavano di poter essere archiviati nella macchina infernale. La coppia è stata liquidata subito. I ragazzi sono stati accolti dall'operatore, mentre noi prendevamo posto fuori.
Oramai tra me e la fanciulla Artigli c’era complicità. Una naturale empatia che viene a crearsi tra sguardi disorientati e preoccupati. Le ho sorriso e mi sono accomodata sui gradini di marmo rosso. Che in comunicazione non scritta equivale a: "prego, sono pronta ad ascoltare la tua storia". “Secondo te c’è da aspettare molto?”, ha esordito la fanciulla spaesata. Ed io:”Non so è la prima volta che vengo”. Lei era una veterana, ma doveva solo aggiornare il curriculum con le nuove esperienze lavorative. Per indurla a narrarmi le sue vicende ho manifestato subito le mie perplessità in merito all’utilità delle agenzie di lavoro interinale. La tecnica del dubbio metodico funziona sempre. “Io mi ci sono iscritta ancor prima di laurearmi, ma non mi hanno mai chiamato. Forse perché non avevo la laurea, non lo so. Ma poi ho fatto altro, ho trovato lavoro…E non me ne sono più occupata”. O meglio è tornata per aggiornare il cv che l’agenzia non aveva certo contribuito a riempire. Perché il lavoro, miss Artigli, se l’è comprato tramite un master in progettazione territoriale. Una sorta di marketing territoriale, se non ho capito male, che avrebbe dovuto spendere in Basilicata. Terra a vocazione turistica. Basilicata cost to cost. Luogo in cui gli amministratori si scervellano a tal punto per accogliere nuovi visitatori e incentivare il turismo che mancano le infrastrutture. Una per tutte: la ferrovia a Matera. L’aeroporto poi è un’utopia, quindi non vale la pena citarlo. Ma il vero volano della nostra economia, udite udite, è il turismo. Quindi, se è così, la brillante masterizzata avrebbe dovuto trovare occupazione... Ops, pardon!, che sbadata... Avrebbe dovuto essere sfruttata in maniera legale senza vedere il becco di un quattrino(stage)in un ufficio comunale, alla regione, all’Apt, non so nei luoghi deputati a questo genere di cose. Invece no. La studentessa viene parcheggiata in un’agenzia di comunicazione.
“Beh io comunque conoscevo i programmi di grafica e quindi ho lavorato in quel settore. Diciamo il mio progetto non è andato a termine, ma avevo un lavoro e mi sono adattata”. Lo spirito di adattamento di questi tempi è fondamentale. Ma a volte se ne abusa. “Poi, però, ho cambiato ruolo dala grafica sono passata all’amministrazione perché è venuta a mancare una figura”. E che fai in tempi di magra rifiuti il lavoro? Ti impunti perché hai delle competenze e ti fanno fare altro? No, siamo flessibili, bisogna essere umili, l’ha detto anche l’ex ministro, la Fornero poi dice che noi al Sud vogliamo solo andare al Grande Fratello o a morire ammazzati in guerra per due spiccioli. Meglio abbozzare e tacere. E la ragazza laureata-masterizzata-grafica si è adattata a fare la segretaria. Benché pagata. Anche se continuava ad avere un contratto di apprendistato, stage.
“Quando poi però ho visto che i soldi arrivavano e non arrivavano, molti mesi lo stipendio saltava, il contratto non veniva mai rispettato e io ci rimettevo anche di tasca mia perché mettevo a disposizione la mia auto per l’azienda…Beh dopo un po’non ce l’ho fatta più e non ho terminato i sei mesi di ‘stage’”. Ha messo fine alla prigionia. Viva dio.
Dopo aver sostenuto il mio brevissimo colloquio con l’omino toscano, esperto della fame nel mondo del giornalismo e di tecniche di sfruttamento a collaborazione, ho fatto alla masterizzata Artigli il mio “in bocca a lupo”, ma avrei voluto consegnarle un fucile a pompa ed istigarla alla rivoluzione piuttosto. Perché, se non ci diamo da fare noi, al peggio non ci sarà mai fine. Meglio inventarselo un lavoro che farsi sfruttare. Gli altri, chiunque essi siano, e qualunque cosa abbiano fatto prima, sanno solo mangiare sulle nostre spalle. Mors tua vita mea. E allora costruiamocelo noi l’avvenire, senza aspettarci nulla da nessuno.
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giovedì 5 aprile 2012
Dizionario precario: le parole che i nostri genitori non possono capire
Il lavoro precario ha modificato il nostro modo di esprimerci e di comunicare. Molte parole sono entrate a far parte del nostro vocabolario. E tante altre, esistenti, risultano obsolete e causano profonde incomprensioni. Il cambiamento del mondo del lavoro ha determinato una rivoluzione copernicana finanche nella comunicazione, aumentando il gap tra le due generazioni che ogni giorno, a tavola, a casa, negli uffici, nel modo, si trovano a confrontarsi. (Eduardo De Filippo questi fantasmi, le parole dei giovani). La generazione dei “garantiti”, quelli che hanno impostato la loro esistenza alla ricerca del posto fisso, si sono resi autonomi perché i loro contratti sono sempre stati a tempo “indeterminato” e qualsiasi sacrificio abbiano fatto era finalizzato al raggiungimento di un unico obiettivo finale, e la generazione degli “sfigati”, coloro i quali vivono in un video gioco dai quadri infiniti, dove non vi è alcuna certezza e inseguendo un unicorno dal nome “stabilità” si viene costantemente sconfitti e si è costretti a ricominciare da capo perdendo i punti guadagnati nelle vite precedenti. I garantiti sono arrivati subito alla fine del gioco. Gli è bastata una sola vita per procacciarsi il bottino. Conoscevano a memoria il percorso, era anche esso predefinito, simile per tutti. Non c’erano scorciatoie né strade tortuose o insormontabili colonne d’ercole, nel video gioco dei garantiti al superamento di una prova corrispondeva una determinata ricompensa, l’eroe del video gioco, un ometto con le spalle larghe e lo sguardo rivolto al futuro colleziona punti e trofei fino a che arriva all’ultimo quadro: contratto a tempo indeterminato. Lo sfigato no. Il precario rischia di rimanere collaboratore a vita e di dover provvedere a sé nei mesi di magra con quello che è riuscito a mettere da parte. Ma vallo a spiegare ad un genitore che il frutto della tua collaborazione mensile non può essere assolutamente definito “stipendio”! Ogni tentativo di instaurare un dialogo con un sordo risulta disastroso. Di questi esempi ce ne potrebbero essere a bizzeffe. Il primo termine che mi è venuto in mente è proprio “lo stipendio” che potrebbe essere sostituito dal termine “paga” ad esempio, sarebbe più corretto e quanto meno genererebbe minori incomprensioni e non ci si troverebbe ad essere accusati ingiustamente di lesinare solo perché proviamo a farci bastare quanto ottenuto in attesa di un altro lavoro e soprattutto in assenza di un’indennità di disoccupazione. Dunque ora chiedo a voi, a chi segue questo blog, qualora io abbia dei seguaci, di raccontarmi la propria storia di precario incompreso.
giovedì 29 marzo 2012
Lavoratori di altri tempi
Se oggi qualcuno mi domandasse cosa faccio nella vita, risponderei:"Colleziono esperienze lavorative". Quando rileggo il mio curriculum provo il sentimento del sublime kantiano. Mi sento un esserino infimo e limitato rispetto alle infinite possibilità di sfruttamento. Reggerà la mia psiche a questa costante instabilità? "Papà tu hai fatto lo stesso lavoro per 30 anni, io ne ho già cambiati trenta di lavori!", l'affermazione di Angie, la protagonista del film di Ken Loach "In questo mondo libero" è il manifesto di un'intera generazione, la mia. In questi giorni in cui sui giornali si parla di riforma del lavoro, mi trovo spesso a confrontarmi con mio padre e, ovviamente, non ci capiamo. Parliamo due lingue diverse. Io quella tempo determinato, lui a tempo indeterminato. Io quella della "collaborazione", lui quella del "lavoro vero". Lui si affanna a tirare in ballo "la gavetta", io provo ad illustrargli "il lavoro usa e getta".
Dialoghi surreali:
Collaboratrice a progetto figlia:"Io vorrei sapere a cosa servono questi contratti di collaborazione occasionale. Ci metto 3 mesi per trovare un lavoro che dura 2 mesi e dopodiché sono di nuovo al punto di partenza. E cosa ho concluso?"
Lavoratore in pensione padre:"E'la gavetta, la fanno tutti!"
Collaboratrice a progetto figlia:"Quale gavetta se i settori sono sempre diversi? Uno che sogna di fare il banchiere mica passa prima dal negozio del panettiere, poi fa il salumiere e poi ancora il fornaio fino a che non arriva in banca, ma solo per versare sul conto del padrone il guadagno giornaliero. E questa me la chiami gavetta? Si può parlare di gavetta laddove c'è una prospettiva lavorativa, allora io parto dal basso per arrivare in alto. Inizio facendo la cronaca di quartiere e arrivo a fare la cronaca cittadina. Ma in assenza di prospettive e avanzamento di carriera, parliamo di sfruttamento e BASTA!"
Lavoratore in pensione padre:"Pensi che sei solo tu in questa condizione? Credi che gli altri stiano meglio di te?"
Collaboratrice a progetto, isterica, tuttavia figlia che porta rispetto:"No, non ho mai avuto la vocazione per l'egocentrismo. Ma mi pongo il problema e lo porto all'attenzione delle passate generazioni, quelle delle baby pensioni"
Lavoratore in pensione(adulta) padre per nulla idealista:"E allora cosa proponi? Stai senza fare niente? Non mi pare ci sia un'alternativa alle collaborazioni"
Collaboratrice meno che a progetto, esausta, ma affetta da una patologia inguaribile causata dallo studio della filosofia platonica:"Io dico che a me questo surrogato della vostra gavetta non serve a nulla. Quanto ancora dovrò continuare a fare la tappabuchi e a collaborare? Secondo me un'alternativa c'è. Deve esserci!Giuro che risponderò per le rime al prossimo "donatore di lavoro" che mi offre una misera collaborazione e mi indora la pillola promettendomi chissà quale carriera all'interno della sua azienda solo per indurmi a lavorare meglio! Ma pensano davvero che siamo scemi? Oltre al danno anche la beffa!"
Lavoratore in pensione a tempo indeterminato ex democristiano preoccupato per la tendenza all'insubordinazione della figlia che già immagina prigioniera politica filobrigatista:"Certo fai così che quello manco ti assume!"
Collaboratrice occasionale, a progetto se gli va bene, terrorizzata dal futuro:"'Assume'? Continui ad utilizzare una terminologia inappropriata! Forse volevi dire:'Manco ti usa e ti getta'?"
Lavoratore in pensione stanco della difficile comunicazione con la figlia "strana":"Scusa ma cosa pretendi che ti dica che dopo due mesi ti manda già a casa?"
Collaboratrice sull'orlo del silenzio stampa:"Quanto meno sarebbe più onesto. Ma anche la verità, a quanto pare, è un costo insostenibile per l'azienda".
Il lavoratore padre prima di tornare a fare il pensionato, e dunque di sedersi in poltrona a guardare "la ghiolittina", esclama:"Non capisco perché ti scaldi tanto! La situazione è questa. Tu, con la tua rabbia, non puoi cambiarla, devi solo cercare di essere ottimista!".
La ribelle depone le armi col genitore e si rifugia in camera a sognare la rivoluzione.
Breve riepilogo dei titoli di giornale:"Il presidente cinese si congratula con Monti per la riforma del mercato del lavoro"; "Voglio più Cina in Italia". E io dovrei essere ottimista? Ma qui non c'è limite al peggio!
La terrorista fallita si accinge a preparare il quinto curriculum contraffatto(secondo le indicazioni dei vari Informagiovani: depennare lauree e master), sperando che i cinesi le facciano un contratto a tempo INDETELMINATO!
Dialoghi surreali:
Collaboratrice a progetto figlia:"Io vorrei sapere a cosa servono questi contratti di collaborazione occasionale. Ci metto 3 mesi per trovare un lavoro che dura 2 mesi e dopodiché sono di nuovo al punto di partenza. E cosa ho concluso?"
Lavoratore in pensione padre:"E'la gavetta, la fanno tutti!"
Collaboratrice a progetto figlia:"Quale gavetta se i settori sono sempre diversi? Uno che sogna di fare il banchiere mica passa prima dal negozio del panettiere, poi fa il salumiere e poi ancora il fornaio fino a che non arriva in banca, ma solo per versare sul conto del padrone il guadagno giornaliero. E questa me la chiami gavetta? Si può parlare di gavetta laddove c'è una prospettiva lavorativa, allora io parto dal basso per arrivare in alto. Inizio facendo la cronaca di quartiere e arrivo a fare la cronaca cittadina. Ma in assenza di prospettive e avanzamento di carriera, parliamo di sfruttamento e BASTA!"
Lavoratore in pensione padre:"Pensi che sei solo tu in questa condizione? Credi che gli altri stiano meglio di te?"
Collaboratrice a progetto, isterica, tuttavia figlia che porta rispetto:"No, non ho mai avuto la vocazione per l'egocentrismo. Ma mi pongo il problema e lo porto all'attenzione delle passate generazioni, quelle delle baby pensioni"
Lavoratore in pensione(adulta) padre per nulla idealista:"E allora cosa proponi? Stai senza fare niente? Non mi pare ci sia un'alternativa alle collaborazioni"
Collaboratrice meno che a progetto, esausta, ma affetta da una patologia inguaribile causata dallo studio della filosofia platonica:"Io dico che a me questo surrogato della vostra gavetta non serve a nulla. Quanto ancora dovrò continuare a fare la tappabuchi e a collaborare? Secondo me un'alternativa c'è. Deve esserci!Giuro che risponderò per le rime al prossimo "donatore di lavoro" che mi offre una misera collaborazione e mi indora la pillola promettendomi chissà quale carriera all'interno della sua azienda solo per indurmi a lavorare meglio! Ma pensano davvero che siamo scemi? Oltre al danno anche la beffa!"
Lavoratore in pensione a tempo indeterminato ex democristiano preoccupato per la tendenza all'insubordinazione della figlia che già immagina prigioniera politica filobrigatista:"Certo fai così che quello manco ti assume!"
Collaboratrice occasionale, a progetto se gli va bene, terrorizzata dal futuro:"'Assume'? Continui ad utilizzare una terminologia inappropriata! Forse volevi dire:'Manco ti usa e ti getta'?"
Lavoratore in pensione stanco della difficile comunicazione con la figlia "strana":"Scusa ma cosa pretendi che ti dica che dopo due mesi ti manda già a casa?"
Collaboratrice sull'orlo del silenzio stampa:"Quanto meno sarebbe più onesto. Ma anche la verità, a quanto pare, è un costo insostenibile per l'azienda".
Il lavoratore padre prima di tornare a fare il pensionato, e dunque di sedersi in poltrona a guardare "la ghiolittina", esclama:"Non capisco perché ti scaldi tanto! La situazione è questa. Tu, con la tua rabbia, non puoi cambiarla, devi solo cercare di essere ottimista!".
La ribelle depone le armi col genitore e si rifugia in camera a sognare la rivoluzione.
Breve riepilogo dei titoli di giornale:"Il presidente cinese si congratula con Monti per la riforma del mercato del lavoro"; "Voglio più Cina in Italia". E io dovrei essere ottimista? Ma qui non c'è limite al peggio!
La terrorista fallita si accinge a preparare il quinto curriculum contraffatto(secondo le indicazioni dei vari Informagiovani: depennare lauree e master), sperando che i cinesi le facciano un contratto a tempo INDETELMINATO!
domenica 18 marzo 2012
Stanze piene di scatole, scatole piene di passioni
Ogni qualvolta terminiamo un lavoro. Ogni qualvolta ci scade un contratto, che sia di collaborazione o a progetto, la domanda che ci viene posta da tutti è:"E ora?". Purtroppo noi esseri umani a tempo determinato non abbiamo mai una risposta a tale quesito. Possiamo arrampicarci sugli specchi Ikea delle nostre camere mentali, inventare soluzioni da verificare, collaudare, testare, mostrarci ottimisti e fiduciosi nel futuro, ma in fondo ci sentiamo smarriti. E il solo pensiero di aggiornare il curriculum è per noi fonte di angoscia. Anche perché un'altra domanda sorge spontanea: e ora l'ennesima "esperienza lavorativa" in quale curriculum andrà inserita? In quello reale, in quello con una laurea in meno, in quell'altro in cui ho solo il diploma o in quello in cui dichiaro di non aver mai letto un libro in vita mia? Mah, dilemma amletiano. E ora? E poi? Il tuo sapere, le tue passioni? Quale via scegliere? Quale dei mille cose che si è disposti a fare, pur di lavorare, devo mettere in evidenza? Quale strada è più giusto percorrere? Quale dei mille libri che ho acquistato leggerò senza sentirmi fuori luogo, fuori tempo, perdigiorno, scansafatiche, intellettuale senza arte né parte, saccente e inconcludente, secchiona fallita? La mia casa ormai è piena di stanze. La mia mente è una villa ottocentesca in decadenza, un'abitazione crepuscolare. Ogni stanza è stata riempita a dovere, nei tempi giusti, con l'arredamento adeguato a seconda dell'epoca e delle circostanze, i mobili tracimano di parole, pensieri, scritti in lingue diverse: italiano, spagnolo e qualche testo in tedesco, non mancano lingue morte e dialetti; le pareti sono ricoperte di quadri, da Klimt a Tamara de Lempicka, e gli scaffali più alti delle librerie custodiscono collezioni di film, spettacoli teatrali e riviste letterarie...E ora? E poi? E ancora? Che fare? Quale delle figure che siamo capaci di incarnare è spendibile sul mercato? Quale delle maschere che abbiamo imparato a costruirci col tempo va indossata adesso per resistere all'urto delle crisi che fagocita passioni, speranze, idee e voglia di rimettersi sempre e comunque in gioco?
Non lo so. Mi aggiro in tuta e scarpe da ginnastica tra le stanze della mia villa in decadenza e cerco tra gli scatoloni i pezzi con i quali costruire una nuova me stessa sperando che la prossima versione, l'ennesima collocazione sia definitiva e meno provvisoria delle precedenti.
Non lo so. Mi aggiro in tuta e scarpe da ginnastica tra le stanze della mia villa in decadenza e cerco tra gli scatoloni i pezzi con i quali costruire una nuova me stessa sperando che la prossima versione, l'ennesima collocazione sia definitiva e meno provvisoria delle precedenti.
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lunedì 21 novembre 2011
Dal cicisbeo alla nana, la Proship colpisce ancora
Non è una faccenda personale ma una battaglia di civiltà. Non si possono prendere in giro le persone. Non è giusto convocare qualcuno per un colloquio, promettergli un lavoro, costringerlo a svegliarsi di buon mattino e a predisporsi ad una "giornata di prova in azienda", e poi, alla fine, rivelargli che sta per essere reclutato come venditore porta a porta. I truffatori vanno denunciati e combattuti fino allo stremo delle forze. E la Proship è una di questi. Dopo gli articoli sugli imbroglioni di Viale Asia 21, ho ricevuto altre segnalazioni da ragazzi che, ahimé, stavano per cadere nella rete. Il primo a scrivermi è stato Daniele.
Il malcapitato ha trovato il solito annuncio su Portaportese, che vi sconsiglio vivamente di consultare, e ha telefonato al numero indicato. Naturalmente a telefono non gli hanno detto di cosa si trattasse esattamente e l'aspirante lavoratore si è precipitato al colloquio sperando di capirci qualcosa. La location era la stessa e l'atmosfera pure. Segretarie coatte vestite a festa che si muovono come manichini sincronizzati in una minuscola hall al ritmo di vecchie hit da discoteca, telefono che squilla in continuazione e un via vai i ragazzi. Ma, questa volta, ad accogliere gli aspirantinonsisabenecosa non c'era un gentile cicisbeo napoletano con indosso un completo grigio del 1950 di 4 taglie in più della sua, bensì una sua cordiale corregionale diversamente alta.
La nano"manager", dopo aver dato una rapida occhiata al cv del ragazzo, quanto bastava per costruire una posizione lavorativa appetibile che potesse indurre il disoccupato disperato ad accettare la sua offerta, l'ha accolto nel suo ufficio e gli ha proposto un lavoro in amministrazione.
"Ho avuto un colloquio venerdì- scrive Daniele- e mi hanno offerto un posto nell'amministrazione di questa agenzia di start up che lavora con i più grandi brand internazionali".
La donatrice di lavoro, poi, avrebbe cominciato a bombardare il candidato di informazioni sull'azienda e sul lavoro che sarebbe andato a svolgere, senza tuttavia soffermarsi sui punti salienti del discorso, utilizzando un linguaggio tecnico, un po'come l'azzeccagarbugli con Renzo nei Promessi Sposi, e tessendo le lodi della multinazionale per quale lei stessa lavora. "Mi ha detto che la sede dell'azienda si trova a Brescia", continua Daniele. Balla stratosferica. Se il guru-padrone-fondatore è napoletano, e di fatto non sembra che questa multisola abbia una sede ben definita, ma prenda in giro i disoccupati di tutta Italia, come si fa ad affermare che risieda al Nord? Forse ritengono che essere in cerca di lavoro significhi non avere un cervello?
Per fortuna Daniele non è uno stupido. Non si è bevuto nessuna delle ciarle proferite da Polly Pocket dei quartieri spagnoli e ha deciso di fare una ricerca online sulla Proship prima di presentarsi alla giornata di selezione.
"Onestamente mi ero illuso di aver finalmente trovato lavoro, ma stamattina cercando informazioni sull'azienda per la quale avrei dovuto lavorare, ho avuto una "bellissima" sorpresa: un'azienda così importante non ha un sito internet! Però, cercando su google 'truffe a chi cerca lavoro' sono stati i primi della lista!".
Internet ha evitato che il nostro cercatore di lavoro perdesse una mattinata in giro per Roma al seguito di qualche sedicente "responsabile delle risorse umane".
Ancora una volta l'ennesima delusione è stata sventata ma non è stato sufficiente. Perché sia Daniele che Chiara, un'altra mia corrispondente dalla selva oscura dei disoccupati romani, pochi istanti dopo, si sono imbattuti nella MK, fonte, come sempre, Portaportatese. La società è in cerca, manco a dirlo, di magazzinieri, segretarie e altro personale che svolga lavori generici. La sede si trova a Mostacciano(zona Eur Torrino). E, a quanto mi è stato narrato dai miei informatori, sarebbe una Proship 2, in odore di truffa.
Dunque, cari aspiranti lavoratori a tempo determinato, stagisti, futuri precari in cerca di un sedia precaria in un non-precario edificio, per ora, memorizzate bene questi nomi, Proship e MK, e sappiate che da loro non otterrete mai un lavoro serio. Perciò, rivolgetevi altrove!
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